Il primo gennaio 2021 in Cina, una delle potenze economiche più grandi al mondo, è entrato in vigore il primo Codice civile cinese.
Cosa c’entra? C’entra, perché il Codice civile cinese, grazie a una collaborazione tra l’università La Sapienza di Roma e l’università di Wuhan, si è formato sulla falsariga del diritto romano, ovvero l’insieme di norme che ha costituito l’ordinamento giuridico romano per circa tredici secoli.
Fu Giustiniano (imperatore bizantino fino al 565 d.C.) che fece riordinare (nel 535 d.C.) il sistema giuridico dell’impero, prevalentemente orale, attraverso la raccolta di materiale normativo e giurisprudenziale, ed è grazie a lui che il diritto romano ha rappresentato, fino all’entrata in vigore del codice napoleonico, la base unica del diritto comune europeo fino alla fine del XVIII secolo.
Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476 D.C) il diritto romano rimase infatti vigore nell’Impero Romano d’Oriente, servendo come base per la pratica legale attraverso l’Europa continentale, così come nella maggior parte delle colonie, inclusa l’America Latina e l’Etiopia.
Paradossalmente, persino il sistema inglese e nord-americano portano tracce del diritto romano, in particolare nel glossario giuridico latineggiante…
La ratio delle codificazioni è l’esigenza di rinforzare il principio di certezza del diritto, assegnando agli effetti dei negozi giuridici una prevedibilità più robusta, che discende dalla “storicizzazione” del diritto applicabile. L’operatività di tale principio, pacifico per la nostra cultura giuridica, in Cina ha avuto una gestazione lenta.
Questo codice rappresenta la conclusione di un processo iniziato nel 1986, con l’approvazione della Legge sui principi generali del diritto civile: cosa cambierà in Cina come inciderà questo codice sull’attività degli operatori del diritto e sul legittimo affidamento di quelli economici?
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