Nei sistemi democratici, l’equilibrio tra magistratura e potere politico rappresenta un nodo per la tenuta dell’ordinamento; nei Paesi di civil law la questione si presenta come particolarmente complessa.
Ed infatti, l’obbligatorietà dell’azione penale e il principio dell’indipendenza della magistratura configurano un assetto in cui l’autorità giudiziaria esercita, di fatto, un controllo sull’operato degli altri poteri dello Stato.
Si tratta di un aspetto che, se da un lato costituisce una garanzia per la tutela dei diritti, dall’altro implica un rischio di sovrapposizione tra l’esercizio della funzione giudiziaria e le dinamiche della dialettica politica.
Il rinvio a giudizio di Marine Le Pen per presunti illeciti nell’utilizzo di fondi pubblici europei ha riportato all’attenzione il tema dell’incidenza dell’azione giudiziaria sul potere politico.
Se pensiamo al caso di Fillon nel 2017, la cui candidatura fu compromessa dall’avvio di un’inchiesta giudiziaria comprendiamo come l’intervento della magistratura possa, anche involontariamente, alterare gli equilibri della competizione politica.
Non si tratta, evidentemente, di contestare la legittimità dell’esercizio dell’azione penale, quanto piuttosto di interrogarsi sulle modalità attraverso cui garantire che tale esercizio non si traduca in un fattore di perturbazione del fisiologico svolgimento del processo democratico.
L’ordinamento italiano è, in questo contesto, paradigmatico, perché l’assetto costituzionale si fonda su un sistema di contrappesi che ha garantito una sostanziale stabilità anche in fasi di notevole tensione istituzionale.
La Costituzione delinea una magistratura indipendente, con alcuni non trascurabili meccanismi di bilanciamento: il Consiglio Superiore della Magistratura, organo di autogoverno della magistratura, ha una composizione mista, con membri togati ed eletti dal Parlamento.
In altre parole, i giudici applicano la legge, ma la produzione normativa resta prerogativa del legislatore, espressione della volontà popolare.
Vero è che il dibattito sull’equilibrio tra giustizia e politica ha conosciuto, nel corso degli anni, alcuni momenti caldi.
Pensiamo all’inchiesta Mani Pulite, un punto di svolta nella storia della Repubblica, che ha portato alla luce un sistema diffuso di illegalità nella gestione della cosa pubblica, determinando al contempo una profonda ridefinizione del panorama politico.
Si è parlato di “uso politicamente orientato della giustizia”, soprattutto a proposito di vicende giudiziarie che hanno coinvolto figure come Silvio Berlusconi, Matteo Salvini o l’ex sindaco di Roma, Ignazio Marino.
C’è poi il tema dei magistrati che intraprendono carriere politiche per poi rientrare nei ruoli della magistratura, in ‘assenza di un divieto espresso di rientro in magistratura dopo l’esercizio di funzioni politiche.
Ma il rovescio della medaglia del rischio di una magistratura percepita come attore del confronto politico è il rischio, ben più grave, di un controllo politico sull’esercizio della funzione giudiziaria.
Pensiamo al Piano di Rinascita Democratica, elaborato nell’ambito della loggia massonica P2 negli anni ’70; il Piano prefigurava una riforma strutturale, volta a ridurre l’autonomia della magistratura, subordinandola de facto al potere esecutivo.
Se è vero che – fortunatamente – non ha trovato compiuta realizzazione, altrettanto vero è che il Piano ha anticipato una tendenza riscontrabile in numerose proposte di riforma dell’ordinamento giudiziario: la tentazione di ridimensionare il ruolo della magistratura in nome di una presunta maggiore governabilità del sistema.
Spostandoci oltre confine, viene in mente l’esempio della Polonia, dove le riforme promosse dal governo hanno comportato un significativo indebolimento dell’indipendenza della magistratura, determinando l’attivazione da parte dell’Unione Europea di procedure sanzionatorie.
Analogamente, in Ungheria, le riforme promosse dal governo Orbán hanno progressivamente sottoposto il sistema giudiziario a un controllo sempre più pervasivo da parte dell’esecutivo.
Il sistema britannico presenta una più netta separazione dei poteri e giudici nominati attraverso un processo indipendente, ma questo non ha impedito alla magistratura di assumere un ruolo politicamente rilevante, come nel 2019, quando la Corte Suprema annullò la sospensione del Parlamento disposta dal Primo Ministro Boris Johnson nell’ambito del processo di Brexit.
Negli Stati Uniti, il modello è radicalmente diverso: la magistratura è caratterizzata da un elevato grado di politicizzazione, con giudici federali e membri della Corte Suprema nominati dal Presidente con l’esplicito intento di orientare le decisioni in base all’ideologia della maggioranza.
Pensiamo al recente overruling della sentenza Roe vs. Wade.
Anche in Israele vediamo un esempio recente di tensione, laddove il governo Netanyahu è promotore di una riforma – fortemente osteggiata dall’opposizione – volta a limitare il potere della Corte Suprema, riducendone la capacità di sindacare la costituzionalità delle leggi approvate dalla Knesset.
L’indipendenza della magistratura è un presupposto irrinunciabile per la tenuta dello Stato di diritto, ed è quindi fondamentale che la funzione giudiziaria possa continuare ad essere esercitata in piena autonomia.
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