Nel panorama della dialettica processuale e dell’argomentazione giuridica, una delle sfide più complesse che affrontiamo quotidianamente è distinguere tra chi fraintende genuinamente la nostra posizione e chi la distorce deliberatamente.
Si tratta di una differenza solo apparentemente teorica.; in realtà implica conseguenze concrete e determina l’approccio strategico da adottare nel confronto dialettico.
L’incompetenza ermeneutica rappresenta un deficit genuino nella capacità di decodificare argomentazioni complesse.
Si manifesta attraverso tre livelli di carenza:
- logica (incapacità di seguire concatenazioni argomentative)
- lessicale (fraintendimento del significato tecnico-giuridico)
- contestuale (mancata comprensione del contesto sistematico)
Esempio pratico: durante una discussione di cronaca internazionale, qualcuno, che chiameremo interlocutore A, afferma che lo Stato di Israele ha il diritto di esistere e la sua esistenza è legittima.
L’interlocutore B reagisce:
“Quindi sei a favore dell’uccisione di innocenti?”
Quando A chiarisce che riconoscere il diritto all’esistenza di uno stato non implica necessariamente approvare o condividere ogni singola azione di quel governo, l’interlocutore B comprende l’equivoco.
Il fraintendimento è genuino: B ha confuso il piano del riconoscimento giuridico-politico di un’entità statale con quello della valutazione morale delle singole azioni di governo.
Non ha colto che si può riconoscere la legittimità di un soggetto di diritto internazionale pur criticando specifiche condotte.
Questo errore di distinzione tra piani logici diversi è tipico dell’incompetenza ermeneutica: mancanza di categorizzazione concettuale, ma, tendenzialmente, assenza di malafede.
Può dipendere da una formazione lacunosa, dalla la diversità di background professionale, dalla complessità del linguaggio utilizzato o dalle ambiguità terminologiche non volute.
Il sofisma, invece, costituisce una mistificazione consapevole dell’argomentazione avversaria.
Chi ricorre al sofisma non fraintende: deforma deliberatamente la tesi per renderla più facilmente attaccabile, o per spostare il dibattito su terreni più favorevoli.
Se riprendiamo la stessa situazione, quando una persona afferma che lo Stato di Israele ha il diritto di esistere e la sua esistenza è legittima, l’interlocutore reagisce rispondendo:
“Se dici che Israele ha diritto di esistere, stai giustificando tutte le morti civili”.
Anche di fronte a ulteriori spiegazioni sulla distinzione tra riconoscimento giuridico e approvazione morale, continua a ripetere la stessa distorsione.
Questa è mistificazione: l’interlocutore comprende perfettamente la distinzione, ma strategicamente preferisce mantenere l’argomentazione distorta perché è più facile da attaccare.
In altre parole, trasforma deliberatamente una questione di diritto internazionale in un’accusa di complicità morale rispetto a specifiche azioni, per ottenere vantaggi dialettici.
Ma come fare a distinguere, e ad affrontare operativamente, fraintendimento e manipolazione?
La distinzione opera su due livelli, che illuminano rispettivamente l’elemento soggettivo e gli aspetti probatori.
Sotto il primo profilo, l’incompetenza sarebbe configurabile come colpa (negligenza interpretativa dovuta a carenze formative) mentre il sofisma integrerebbe dolo (volontà specifica di mistificare per ottenere vantaggi processuali).
Sotto il profilo probatorio, mentre l’incompetenza si può desumere da pattern ricorrenti di fraintendimento combinati con reazioni positive alle correzioni (i.e. l’interlocutore modifica progressivamente la propria comprensione ricevuto il chiarimento), il sofisma può emergere dalla selettività delle distorsioni (chi fraintende sistematicamente solo gli argomenti svantaggiosi) o dalla resistenza ai chiarimenti (il soggetto persiste nella mistificazione anche dopo spiegazioni dettagliate).
Ciò detto, come possiamo comportarci di fronte a queste insidie?
Torniamo al nostro esempio: se siamo di fronte a incompetenza ermeneutica genuina, la strategia più efficace per l’incompetenza ermeneutica è quella educativa e collaborativa.
In questo scenario, la riformulazione diventa fondamentale: invece di ripetere
“ho parlato del diritto all’esistenza dello Stato”
potremmo dire:
“è come distinguere tra dire la Francia ha diritto di esistere come Nazione” e dire “approvo tutto quello che fa Macron”.
Possiamo procedere per gradi: prima stabiliamo il principio generale secondo cui esiste una differenza tra riconoscere che un soggetto ha diritto di esistere e approvare ogni sua azione e poi lo applichiamo al caso specifico, concludendo che questa verità vale per tutti gli stati del mondo, Israele incluso.
Per affrontare il sofisma, partendo dallo stesso scenario, ci troviamo in una situazione in cui, dopo che abbiamo fornito tutti i chiarimenti sulla distinzione tra riconoscimento statale e l’approvazione e/o condivisione delle politiche, l’interlocutore persiste nella sua interpretazione maliziosa e fuorviante.
A questo punto la prima cosa da fare è realizzare che non stiamo più affrontando un problema di comprensione, ma una strategia deliberata di distorsione.
E allora l’obiettivo non può più essere quello costruire comprensione, ma quello di neutralizzare l’abuso.
Ogni ulteriore tentativo di chiarimento diventa controproducente, perché alimenta esattamente la strategia che l’avversario vuole perseguire: prolungare il confronto su questioni artificialmente complicate dalla sua mistificazione.
In ambito processuale, questo significa mettere a verbale e/o comunicare per iscritto (“Si fa presente che la parte ha ripetutamente distorto la nostra posizione nonostante i chiarimenti forniti, confondendo deliberatamente il piano del riconoscimento giuridico con quello della valutazione morale delle singole condotte”), e il riconoscimento giudiziale della malafede argomentativa potrebbe riequilibrare il rapporto processuale, scoraggiando comportamenti analoghi nel prosieguo del giudizio.
Ma come fare nella cosiddetta vita reale, nei confronti verbali in cui l’emotività prende il sopravvento?
Si accettano consigli e, Deo iuvante, insegnamenti di vita.

